Strategie riformiste dal Parlamento a Padova
Viviamo in un periodo storico in cui una confusione linguistica sembra avere coinvolto anche il mondo politico. Sembra un discorso astratto, ma gli effetti di ciò infl uenzano anche la nostra vita quotidiana. Vediamo perché. Ogni giorno, ascoltiamo leader della maggior parte del parlamento italiano scontrarsi in una gara in cui vincerà chi riuscirà ad essere il campione dei riformisti. Ogni giorno, politici di diversa provenienza si precipitando davanti alle telecamere per aff ermare che il Paese ha bisogno di riforme. Nessuno si ferma a rifl ettere su un piccolo particolare. Le riforme sono un mezzo, non un fine. Vi è insomma un ribaltamento di valori: quasi tutti ammettono la necessità di riforme, in pochissimi sembrano chiedersi che tipo di riforme. L’affermazione “Dobbiamo fare le riforme” di cui figure come Amato e Fassino (solo per citare due esempi) sono fra i maggiori assertori, se fosse dunque letta nel solito significato significherebbe poco più che “Dobbiamo fare le leggi” oppure “Dobbiamo fare un decreto”.
È plausibile chiedere a queste persone di risparmiare qualche slogan e investire un po’ del tempo risparmiato nella spiegazione
dei contenuti delle riforme?
La riforma delle pensioni manderà i lavoratori in pensione a 50 o 70 anni? Di questo si dovrebbe
discutere, prima di affermare la necessità di una riforma. Ma a questo punto ci si deve porre una domanda: è possibile che
illustri politici, navigati uomini di stato e, infi ne, emeriti professori universitari che ogni giorno su grandi quotidiani locali e nazionali ci illustrano l’importanza delle riforme, utilizzino il termine “riformista” in maniera così erronea senza che nessuno
richiami all’ordine nessuno? È reale che ci sia una conoscenza così sommaria e imprecisa del termine “riforme”? Evidentemente
no.
Anche per un altro motivo. Con “riformista” si intendeva, inpassato, quella corrente dell’ortodossia marxista che, mantenendo
come guida teorica il marxismo, realizzava nella pratica una strategia più moderata. Si opponeva ai revisionisti, che avevano abbandonato anche la teoria marxista, e ai rivoluzionari, che cercavano di tradurre in pratica il massimalismo dell’ortodossia
marxista. Ora, se riformista significasse questo, implicitamente si ammetterebbe di avere dei pericolosi rivoluzionari in Parlamento. Cosa a cui solo Paolo Guzzanti crede, scordando le lezioni sull’eurocomunismo di Togliatti e Berlinguer.
Purtroppo, ad averle scordate, non è solo il buon Guzzanti che, essendo nel frattempo passato a Forza Italia, quasi sarebbe giustificato, ma anche coloro che si dichiarano eredi di quella tradizione.
Quindi, prima che venga realizzato qualcosa che non convincerà i più, sarà bene riflettere su che significa oggi “riformismo”.
Il sospetto è che riformismo oggi non sia altro che sinonimo di liberista. E se il sospetto è questo, il problema è che a dichiararsi
riformisti non sono solo quelle forze – tradizionalmente di destra – che fanno del pensiero liberista la loro forza, ma anche gran parte di quelle realtà che si sono sempre battute per una regolamentazione del liberismo selvaggio. I DS sono il caso più eclatante. Le liberalizzazioni del ministro Bersani, eccetto gli eff etti più spettacolari e conosciuti, come l’eliminazione dei costi di ricarica per i cellulari o la questione dei taxi, che rappresentano solo una parte di un decreto ben più complesso, che ha fatto sentire i suoi effetti anche su Esu e Università (valga un solo esempio: i fondi messi quest’anno a disposizione dall’Esu per le attività culturali degli studenti sono diminuite del 20% per effetto del decreto Bersani); ebbene, queste liberalizzazioni esprimono una sconfinata fiducia nelle leggi del mercato. Liberalizzare, abbandonare al mercato i servizi – valga per i treni, l’energia, le autostrade – sembra essere la strategia per migliorare la vita dei cittadini.
Richiamare i teorici delle liberalizzazioni ad uno sguardo al reale sembra essere invano, come se non sapessero quanti danni hanno creato in Italia e all’estero le liberalizzazioni. Solo studenti e lavoratori pendolari sanno quanto la privatizzazione delle Ferrovie e la nascita di Trenitalia abbia peggiorato il servizio. Bersani e, con lui, il suo partito sembrano non essere coscienti di ciò. La loro non si può nemmeno chiamare evoluzione, perché è un vero e proprio ribaltamento di valori. Esattamente come quando un uomo si ribalta e finisce sottosopra ha bisogno di qualche momento per recuperare l’orientamento, i DS sembrano essere in una fase in cui si muovono in una direzione non chiara, senza bussola: altrimenti non si può spiegare come siano diventati paladini di quelle teorie che fi no un decennio fa combattevano.
Anche nel nostro piccolo, qui a Padova, queste regole sembrano valide. Sorvoliamo sullo sfratto all’ASU, la cui motivazione dagli
stessi esponenti dei Democratici di sinistra è stata detta essere la “ricapitalizzazione del patrimonio immobiliare” ereditato dal
PCI, concentriamoci su un altro elemento. La questione spritz. Forse la città avrebbe altre priorità, ma parlare del caso spritz è illuminante. Come spiegato in un altro articolo pubblicato su questo stesso giornale, nei vari incontri che si sono tenuti in comune,
sono fondamentalmente due le componenti che si sono discusse. Una, quella legata alla sfera della sicurezza ed una, maggioritaria, legata al mondo del commercio. Anche qui ricompare, come uno spettro a questo punto, il profitto, il mercato. Per
mesi abbiamo letto di incontri fra assessore al commercio, rappresentanti di associazioni di categoria, membri di comitati dei bar eccetera eccetera. Mai è venuto in mente di affrontare la questione dal punto di vista sociale e culturale. Nella faccenda spritz, gli studenti sono trattati come macchine da soldi in cui poco importa se per ubriacarsi vadano in piazza o alla fiera o al Portello. Ciò che importava era invece che i cittadini non si lamentassero (loro votano, gli studenti no) e che i commercianti avessero i loro incassi garantiti. Questo è il riformismo in salsa padovana.
Ma forse, se questo è il riformismo, a noi stavolta conviene giocare la parte dei conservatori.
Andrea Ragona



