Università e finanziaria
Per una lettura critica della legge di bilancio
Neanche per quest’anno buone notizie dalla Legge Finanziaria da dedicare alla “nostra” università. Stando al commento fi nale della Crui che riassume il malumore dell’intero mondo universitario, sia per il 2007 che per i successivi due anni, nel provvedimento non è previsto nessun tipo di incremento dei finanziamenti per risanare almeno due dei pilastri fondamentali
dell’istruzione universitaria: risoluzione dei contratti di lavoro interni, vecchi e nuovi, e la necessaria riorganizzazione degli Atenei oramai allo sbando sia fi sicamente che dal punto di vista gestionale delle risorse.
Nell’attuale Legge Finanziaria gli articoli dedicati specificatamente al funzionamento e sviluppo dell’università italiana sono addirittura quattro: l’art. 69 che prevede un incremento del fabbisogno nella misura del 3% rispetto a quello dell’anno precedente; il seguente si occupa, invece, delle assunzioni del personale universitario con rapporto di lavoro a tempo indeterminato che aumenteranno entro i limiti dell’80% delle entrate correnti totali e delle cessazioni dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato complessivamente intervenute l’anno precedente. Ovviamente nessun pericolo per le assunzioni conseguite dal superamento di concorsi pubblici in data precedente il 30 settembre 2006.
L’art.70, invece, stabilisce che per gli anni dal 2007 al 2009 incluso, sia fatto divieto alle università statali e non, di istituire ed attivare facoltà e corsi di studio in sedi diverse dalla sede legale o amministrativa dell’Ateneo.
Per gli studenti partecipanti ai suddetti corsi già avviati in data precedente l’entrata in vigore della c.d. Finanziaria 2007 non allarmatevi più di tanto perché vi sarà assicurato - “per anni non inferiori a venti” - il pieno funzionamento della facoltà.
Infine l’ultimo articolo, il72, ci presenta una carrellata di numeri inerenti saldi di finanza pubblica; ve li risparmio e vi dico che l’indebitamento netto della P.A. sarà di mil. 4409 per il 2007, quasi 5 per il 2008 e circa 5 e mezzo per il 2009.
L’articolo che più potrebbe provocare scalpore ed indignazione è quello riguardante il divieto posto alle facoltà di istituire nuovi corsi di studio lontani dalla propria sede legale e amministrativa (art.71) è anche, però, quello che più si adatta ad un commento preciso e imparziale: la finalità principale del suddetto articolo, infatti, è quella di porre un freno alla proliferazione di corsi di studio che spesso non risultano all’altezza delle richieste del mondo del lavoro, tentando di spingere così gli atenei a concentrarsi sul miglioramento dei corsi di laurea già esistenti. Tutto ciò potrebbe d’altro canto rappresentare un passo degradante davanti a
innovative possibilità di assunzione riferibili al mondo universitario combacianti con il sorgere di nuovi corsi di studio in altre sedi. Questa conseguenza, rilevante dal punto di vista economico, non ha funzione però di esistere rispetto al principale obiettivo posto in essere all’ “Istituzione Università”: cioè quella di istruire, preparare, sviluppare e indirizzare una determinata società ancora in piena modificazione d’obiettivi.
L’articolo che, al contrario, potrebbe indurre a rallegramento nasconde nei suoi contenuti un allarmante degrado finanziario
ed etico. Questo è il 69 e i quattro rispettivi commi: esso prevede, infatti, un incremento del fabbisogno del 3% rispetto all’anno
precedente, senza però dimenticarci del fatto che ciò comporta una riduzione dell’1% rispetto al limite di incremento del 4% della
fi nanziaria precedente, il che comporterà ovvi problemi operativi da parte degli Atenei. Queste scelte politiche, che ormai da anni trascurano le esigenze delle università italiane, hanno reso impossibile anche la mera sussistenza e sempre di più i soldi
necessari vengono recuperati attraverso il continuo aumento delle tasse universitarie. Da notare, tra le altre cose, che la nostra P.A. investe l’1,1% del PIL totale della nazione a discapito del 3% della media europea. Il decreto Bersani ,emanato l’estate scorsa, aggrava ancora di più la situazione:il provvedimento impone non solo un limite alla spesa sull’acquisto di beni e servizi
ma anche la restituzione allo Stato di quanto risparmiato.
In materia di assunzioni la situazione è assai preoccupante. L’art. 70 prevede, dopo un’analisi più approfondita seguita da una sommaria lettura, il blocco della crescita degli organici con la sola conseguenza che gli unici posti programmabili dall’università
si baserebbero sulle vacanze disponibili a seguito di cessazioni.
Le uniche note positive, così, di questa finanziaria sembrerebbero essere la creazione dell’Agenzia Nazionale di valutazione del sistema universitario come organo di controllo della governance di sistema(a quando i ricordi positivi relativi ad un organo di controllo imparziale istituito in Italia su un’amministrazione pubblica?), poi l’avvio di un piano di reclutamento per i giovani ricercatori, la limitazione delle sedi universitarie, la riduzione del numero di crediti riconoscibile da parte dell’Università in sede di convenzione, il credito d’imposta per le imprese e per gli studenti fuori sede, la detrazione di imposta per l’acquisto di pc da parte dei docenti universitari e la costituzione del Fondo per gli investimenti nella ricerca scientifi ca e tecnologica cui viene assegnata una quota incrementale di 300 milioni di euro anche se non è del tutto chiaro quanto di tale cifra sarà eff ettivamente destinata alla ricerca universitaria.
Dopo aver letto questa panoramica di confronto tra la c.d. Finanziaria2007 e Università, mi sorgono spontanee un paio di domande o curiosità: sempre secondo la Crui le università necessiterebbero di circa 530 milioni di euro ripartiti in diverse voci di bilancio, mentre l’attuale coalizione propone un incremento reale, rispetto all’anno scorso, di 94 milioni di euro. Ne mancano solo 436! Da questa superficiale analisi da “non addetto ai lavori”, la mia domanda è la seguente: questo insufficiente investimento è dovuto solo ed esclusivamente da mancanza di fondi nelle casse dello Stato o da una ancor maggiore spregiudicatezza di interessi in altri campi e investimenti? Oppure tutto ciò è dovuto ad una serie di alleanze politiche che hanno poi di fatto spinto l’università in una situazione di subordine?
Questa carenza di fondi ha spinto, poi, l’attuale governo, verso scelte dure ma tempestive come, per la prima volta in una Legge Finanziaria, al taglio del 50% degli aumenti periodici biennali del personale docente. Noi studenti d’ora in poi allora dovremmo solo affidarci alla pura e semplice, ma purtroppo solitaria, professionalità e coscienza dei docenti per ottenere un servizio degno di nota e delle aspettative?
Per concludere, infi ne, il lungo viaggio tra articoli, commi e tabelle riassuntive pongo un’altra domanda: questa finanziaria ha
deciso di abolire la possibilità per i cittadini di destinare il 5 per mille delle imposte all’Università. Ottima scelta, perché con la decurtazione degli stipendi al personale docente rientreranno in cassa circa 50 milioni di euro, quanti ne sarebbero potuti
entrare aggiungendo ad esso il 5 per mille?
Gian Domenico Savio



